Manuela G.


"Scrivere è avanzare parola dopo parola su un filo di bellezza, il filo di una poesia, di un'opera, di una storia adagiata su carta di seta. scrivere è avanzare passo dopo passo, pagina dopo pagina, sul cammino del libro. Il difficile non è elevarsi dal suolo e mantenersi in equilibrio sul filo del linguaggio, aiutato dal bilanciere della penna. Non è neppure andar dritto su una linea continua e talvolta interrotta da vertigini effimere quanto la cascata di una virgola o l'ostacolo di un punto. No, il difficile, per il poeta, è rimanere costantemente su quel filo che è la scrittura, vivere ogni ora della vita all'altezza del proprio sogno, non scendere mai, neppure per qualche istante, dalla corda dell'immaginazione."(Maxence Fermine)
"Sviluppare forti legami interpersonali fu, per me, autolesionismo dell’anima.
Quell’empatia distrusse in breve tempo i confini tra la mia fragilità e quella degli altri; doloranti cicatrici senza nome impedirono alle mie di rimarginarsi, finché tutto iniziò a farmi del male ma nulla era in grado di uccidermi davvero.”
Manuela G.
"Ti diranno che tutto passa.
Ti diranno che tutto passa ma non ti diranno dove.
Passerà nelle vene, nelle ossa, tra i contorni del tuo viso, in ogni muscolo, in ogni goccia di sangue, tra i tuoi sorrisi, nelle tue lacrime, attraverso quel vuoto che scaverà nello stomaco.
E passerà senza pietà, senza chiederti il permesso.
E passerà, e ti cambierà.
E resisterai, e passerà.”
Manuela G. (via rivoluzionaria)
"Quel posto mi mise i brividi.
L’odore del disinfettante bruciò nella gola.
Il corridoio, bianco e silenzioso, conduceva i miei passi nell’unico posto in cui non sarebbero mai voluti giungere.
Mi fermai davanti la stanza 203, la porta era aperta. Sbirciai appena, il cuore tremante.
“Vieni, bambina mia.”
L’immagine di mio nonno sdraiato su quel letto richiese qualche istante per essere messa a fuoco.
Piccoli tubi trasparenti lo legavano a questa vita, fragili catene di cotone.
“Vieni a vedere com’è bello quest’albero, lo scorgo appena da qui, ma tu potresti farmelo ammirare attraverso i tuoi occhi, ti va?”
Senza dire una parola mi avvicinai alla finestra.
“Non c’è molto da ammirare, nonno. L’inverno lo ha spogliato di tutte le sue foglie” risposi, senza entusiasmo.
Mi voltai verso di lui. Respirava poco e a fatica. Non capivo come riusciva a non smettere di sorridere. Agitò la mano tremante e mi fece segno di accomodarmi sul letto.
“Credi che un albero senza foglie non sia meritevole di attenzione?”, mi chiese con un filo di voce.
Sussultai.
“È solo un pezzo di legno” dissi, agitando il capo.
Forse ci rimase male. Abbassò lo sguardo per un attimo ma continuò a sorridere.
“Quel pezzo di legno, come lo chiami tu, è tutto ciò che un albero è. Se non esistesse non esisterebbe nemmeno quel manto di foglie che tutti amiamo guardare.”
Tossì, e tornò a fissarmi.
Mi prese il polso e spostò appena la manica del maglione. Esitai per un istante e tanto gli bastò per notare i tagli sottostanti. Con un gesto brusco ritirai il braccio, quasi indispettita.
Cancellai il sorriso dal suo volto.
“Credi davvero che tutto ciò che sei si riduca solamente a quelle cicatrici? Un albero spoglio va abbattuto solo perché l’inverno gli ha rubato la chioma?” mi chiese, d’improvviso scuro in viso.
Tossì ancora, poi tornò a guardare oltre il vetro, gli occhi lucidi.
“Nonno, io…” provai a replicare ma lui non volle ascoltare e proseguì, con voce roca e profonda.
“Pensavo di avere più tempo, sai? Quando ero giovane, intendo. Ma al tempo non gliene frega niente. Non mi ha mai concesso prestiti, lui. Guardami ora: ho metastasi ovunque, il mio corpo è da buttare eppure il tempo scorre inesorabile.”
Fece una pausa.
Prese fiato.
“Il tempo ha regole ferree, bambina mia, e non parlo certo dei minuti o delle ore istituite dall’uomo. Abbiamo voluto dare un tempo al tempo, ma il suo corso naturale, subumano e soggettivo alla mente, non ci guarda in faccia, mai. L’orologio biologico dice che ci sarà sempre un nuovo inverno e poi una nuova primavera e poi di nuovo un altro inverno, e così sarà, sempre e comunque, all’infinito.
Un albero nudo che eleva verso il cielo i suoi rami impavidi nonostante non abbia niente da mostrare non è solo ‘un pezzo di legno’… è il tempo della vita.”
Tossì nuovamente. Io deglutii, impietrita.
“E chi può fermare tutto questo?
Puoi lottare, certo.
Stamattina ho avuto un’altra crisi respiratoria ma ho combattuto con le ultime forze rimaste. Perché non voglio andarmene senza prima sapere che riuscirai ad alleviare almeno un po’ quella sofferenza che ti taglia i polsi. Dimmi che ci riuscirai.
Abbassai lo sguardo.”
Scossi la testa, negandomi ogni tipo di pensiero avverso.
“Non andartene” sussurrai, un nodo alla gola teneva in ostaggio il cuore.
“Ti porterei con me, ma sarei egoista. Io ho avuto il mio tempo, bambina mia, ora tu hai il tuo. E lui non ti aspetta, lui non aspetta nessuno, è un gran cazzone.”
Tossì tra risate leggere.
Alzai gli occhi al cielo, veloce, per cacciare dentro le lacrime, per non farmi vedere.
“E quando ti avrò perso per sempre… come farò?”, domandai con voce spezzata. “Cosa si fa quando si perde qualcosa per sempre?”
“Si va avanti. La più banale delle risposte, non è così?
Non sprecare nulla di ciò che riceverai. Non farti più del male. Devi avere coraggio. Devi elevare verso il cielo i tuoi rami impavidi nonostante non abbiano niente da mostrare. Devi essere forte per il tempo che hai vissuto e che non ritornerà. Devi lottare per le cose che hai perso e che non dimenticherai. È solo un altro inverno, piccola. Copriti bene. Prendi la mia sciarpa. La primavera tornerà. Tornerà presto, vedrai.”
Sorrisi.
Sorrise.
Chiuse gli occhi.
E io aspettai, da sola, un’altra primavera.”
Manuela G. (via rivoluzionaria)
"Ero sveglia. Ma non avevo il coraggio di aprire gli occhi.
Ero viva. Ma non avevo voglia di crederci.
Come un automa mi alzai lentamente dal letto e attraversai la camera, raggiungendo il bagno. Nella penombra, mi appoggiai al lavandino, quasi simulando un attacco di cuore.
Alzai gli occhi.
Mi voltai.
Aprii il rubinetto della doccia.
Scorrendo, il gorgoglio dell’acqua coprì voci confuse nella mia testa.
Qualcuno stava ridendo?
Deglutii.
Tolsi la maglia del pigiama. Sfilai i pantaloni.
Il calore dell’acqua calda stava invadendo la stanza.
Incontrai il mio riflesso nello specchio e commisi un errore imperdonabile.
Fissai la mia immagine.
Il mio corpo deforme.
Un immenso disgusto.
L’amaro in bocca.
Altre risate.
Battei la schiena contro il muro freddo, scivolando a terra, rannicchiandomi, stringendomi, soffocandomi.
Chiusi gli occhi. Li strizzai forte tanto da sentire pulsare le tempie.
Forse pregai.
Volevo sparire.
Immagini sbiadite della mia vana e fuggevole vita mi passarono davanti, scorrendo veloci, come un film in bianco e nero. Protagonista e antagonista di me stessa.
Sola.
Sola, come l’ultimo raggio di sole oltre il cielo prima di un diluvio furioso.
Sola, come un’onda del mare infranta su uno scoglio, che non ritorna più.
Ma non successe nulla.
Tornai alla realtà.
Sfiorai con le dita le cicatrici sul polso destro.
Ora respiravo affannosamente. Un impulso impetuoso e indomabile mise a fuoco il mobiletto accanto al lavandino.
Ancora risate.
Faceva male.
Un solo istante.
Una lametta.
Una qualsiasi.
Dare un nome ad ogni lacrima di sangue.
Recidere quella mia angoscia sulla pelle per poi farla scivolare via.
Il cuore batteva veloce, tremava più di me.
Bastava cosi poco.
Bastava così poco? Mi alzai da terra infilandomi sotto la doccia. L’acqua inumidì la mia pelle ma non la mia sofferenza. Il calore m’invase le ossa ma non placò la paura. Ero sempre stata schiava di una realtà che qualcun altro aveva deciso per me, di un destino mai convenuto.
Non mi ero mai sentita viva. Non avevo mai avuto uno scopo da raggiungere, un obiettivo da perseguire, un motivo preciso per farlo.
Abbandonarmi alle volontà di una vita tediosa e ripetitiva, ormai, mi aveva condotto all’annichilimento, e ne ero esausta.
Valutai la morte come una delle possibilità più concrete. Sapevo perfettamente che, per quanto terrificante avrebbe potuto essere, non sarebbe stato peggio che continuare a vivere. Non ne valevo la pena. Mi riconoscevo in una specie di virus, un batterio che stava lentamente avvelenando il giardino del mondo, inquinandolo irrimediabilmente con la mia presenza. Ogni fiore, ogni petalo, ogni incanto. E non potevo farci niente. Ero l’errore distinto da una penna scarlatta nei temi in classe, avevo metastasi ovunque. Non riuscivo a guardarmi; non riuscivo a chiedermi chi fossi, e che fine avessi fatto.”
Manuela G., frammenti del mio libro
"Tu non sai quante volte ho avuto bisogno di te, quante volte avrei voluto chiamarti, parlarti, dirti ‘mi manchi da morire, vienimi a prendere’. Quante volte avrei voluto sentirti presente. Quante volte.”
Manuela G.
"Sceglietele bene le parole. Perché poi ritorneranno la notte, più fredde e più crudeli.”
Manuela G.
storespirandosottacqua asked: Nome del libro e quando uscira'?♥

Il titolo non è ancora stato scelto. Spero per l’inizio del prossimo anno, ma vi terrò comunque aggiornati sugli sviluppi. :)

philoophobia asked: Manuela,quanto sei bella? Ma soprattutto,sei eccezionale,complimenti! Di cosa parla il tuo romanzo?

storespirandosottacqua:

rivoluzionaria:

Ti ringrazio per i complimenti davvero troppo generosi, sei molto dolce.

Il romanzo è ispirato ad una storia vera di una ragazza suicida. Le tematiche sociali quali bullismo, autolesionismo e violenza saranno solo la scenografia; è una storia introspettiva, è una storia di fragilità, di vita ma anche di morte. È la difficoltà di comunicazione del nostro tempo, è il fallimento e la rivalsa, l’amore e l’odio come prodotti di processi vitali distorti. Sarà un lavoro di autoanalisi piuttosto impegnativo e drammatico ma veramente struggente.

Oh, lo leggero’ assolutamente.

Mi farà un enorme piacere ricevere le vostre opinioni..!

philoophobia asked: Manuela,quanto sei bella? Ma soprattutto,sei eccezionale,complimenti! Di cosa parla il tuo romanzo?

Ti ringrazio per i complimenti davvero troppo generosi, sei molto dolce.

Il romanzo è ispirato ad una storia vera di una ragazza suicida. Le tematiche sociali quali bullismo, autolesionismo e violenza saranno solo la scenografia; è una storia introspettiva, è una storia di fragilità, di vita ma anche di morte. È la difficoltà di comunicazione del nostro tempo, è il fallimento e la rivalsa, l’amore e l’odio come prodotti di processi vitali distorti. Sarà un lavoro di autoanalisi piuttosto impegnativo e drammatico ma veramente struggente.